Saharawi: il popolo del deserto

Secondo principi di solidarietà internazionale, VSF Italia collabora da più di vent’anni con la popolazione Saharawi, lavorando fianco a fianco per la lotta alla povertà, allo scopo di migliorare la sanità animale e contribuire alla sicurezza e sovranità alimentare.

Il deserto dell’Hammada, nel cuore del Sahara algerino, è uno dei posti più inospitali della terra: condizioni climatiche estreme e carenza d’acqua potabile rendono la vita in questo luogo davvero difficile. Chi vi è stato, come molti di noi di VSF Italia, conosce la resilienza della popolazione Sahrawi.

Qui, da più di quarant’anni, questo popolo vive in uno status di rifugiato in attesa di un referendum per l’autodeterminazione, mentre il Sahara Occidentale, luogo d’origine, rimane occupato dal Marocco che lo invase nel 1974. Il Sahara Occidentale è, infatti, suddiviso longitudinalmente in due: la parte costiera è occupata dal Marocco mentre quella interna desertica è abitata dai Sahrawi che ne hanno preso possesso nel corso di una guerra durata dal 1974 fino al 1991. La denominazione dei territori liberati deriva da quel conflitto.

Una delle principali attività svolte dalla popolazione in esilio è l’allevamento di ovino-caprini e di dromedari, il primo praticato in maniera stanziale nei campi profughi e il secondo in maniera semi nomade nei Territori Liberati del Sahara Occidentale. Le condizioni in cui vivono gli animali rende l’allevamento familiare poco redditizio: pecore e capre sono alimentate principalmente con scarti di cucina e viene dato loro del cartone per sopperire alla mancanza di fibra; inoltre, potendo circolare liberamente per le tendopoli, spesso ingeriscono plastica e altri rifiuti, con conseguenti problematiche di salute.

Nel 1996 partì nelle tendopoli il primo germe di progetto di sanità animale promosso da VSF Italia, che ha avviato, in quella fase, una collaborazione tecnica con la ONG di Monza Movimenti Africa70 durata sino a oggi: a quel primo progetto ne sono seguiti molti altri, alcuni dei quali sono in corso di esecuzione.

L’obiettivo generale degli interventi è stato quello di migliorare la qualità della vita della popolazione Saharawi dal punto di vista nutrizionale e di promuovere le produzioni locali di alimenti in quantità e qualità. I fabbisogni alimentari dei rifugiati dipendono, infatti, dal World Food Program che distribuisce un paniere alimentare costituito da prodotti non deperibili (cereali, legumi, zucchero, olio); tale paniere, ideato per far fronte a situazioni di emergenza, non include prodotti freschi [1].

L’allevamento familiare sopperisce a questa carenza con la triplice funzione di produrre cibo fresco di qualità, mantenere attiva la popolazione e contribuire a mantenerla legata alla propria tradizione pastorale che con l’esilio rischierebbe di perdersi.

Tende tradizionali ed abitazioni costruite con fango essiccato al sole, campi profughi Sahrawi (foto di Piero Casale)

Fin dal nostro primo progetto è nata una stretta collaborazione con le autorità locali e, in particolare, con il dipartimento locale di veterinaria (parte del Ministero della Salute Pubblica della Repubblica Araba Democratica Saharawi proclamata dall’esilio): il dipartimento di veterinaria è stato ed è la nostra controparte attiva privilegiata in tutti i progetti che abbiamo realizzato. Successivamente, in seguito alla presa di coscienza che gran parte dei problemi di salute e della scarsa produttività del bestiame derivano da carenze e squilibri alimentari, abbiamo iniziato a collaborare anche con il Ministero dello Sviluppo Economico (istituzione di riferimento in loco per l’Agricoltura) e con quello della Cooperazione. Grazie a queste collaborazioni consolidate si è garantito lo svolgimento dei progetti anche durante la pandemia, quando non era possibile la presenza in loco del personale espatriato.

Al momento abbiamo in corso di realizzazione un importante progetto cofinanziato dalla Regione Toscana dal titolo “Mangiar Sano”. Il progetto, avviato a maggio 2020 (in piena pandemia), nonostante le moltissime difficoltà conseguenti alla chiusura delle frontiere, si sta svolgendo grazie a un costante coordinamento da remoto e una partecipazione attiva del personale veterinario locale [2].

Ma cosa è stato fatto dal 1996 ad oggi? Molto, anzi moltissimo.

Il Dipartimento di Veterinaria che vent’anni fa era una struttura amministrativa priva di mezzi e personale è stata rafforzata in termini di infrastrutture, dotazioni materiali e formazione permanente. Nella società sahrawi, al pari di molte società ad attitudine prevalentemente pastorale, la figura del Medico Veterinario viene spesso ritenuta inutile: tutti gli allevatori ritengono di conoscere bene le problematiche dei propri animali e di essere in grado di risolvere in autonomia.

Tuttavia, le conoscenze tradizionali dei pastori sono legate ad un contesto di allevamento e ambientale che con l’esilio è mutato radicalmente, facendo comparire nel bestiame nuove problematiche fino ad allora ignote e che gli stessi allevatori non avevano mai visto in passato e, pertanto, non erano in grado di risolvere. A fronte di questa nuova situazione, il dipartimento di veterinaria ha acquisito un’importanza e autorevolezza crescente fino a divenire una Direzione autonoma in seno al Ministero della salute. Con il passare degli anni, la pianta organica è andata aumentando per far fronte alle crescenti richieste d’intervento da parte della popolazione, segno di un cambiamento di attitudine e di una sempre più rafforzata fiducia nel ruolo dei veterinari.

Formazione pratica per il personale veterinario Sahrawi (foto di Davide Rossi)

 

Gli operatori dei Servizi Veterinari sono passati da 12 nell’anno 2000 agli attuali 25. Di questi, 6 sono Medici Veterinari, 12 tecnici veterinari, 6 ausiliari veterinari e 1 è un tecnico di laboratorio. Grazie ad un nostro progetto è stata costruita ed attivata una scuola veterinaria che ha formato ausiliari veterinari, persone dal profilo professionale inferiore rispetto ai tecnici ma necessari a coprire le necessità d’intervento sul territorio con mansioni complementari rispetto a tecnici e medici.

Il Dipartimento di Veterinaria può fare affidamento su un laboratorio diagnostico – dotato recentemente di un’autoclave funzionale all’attivazione di un sistema di controllo delle salmonellosi avicole– e dal 2007 di una farmacia veterinaria. Quest’ultima ha permesso non solo di avere sempre a disposizione farmaci sicuri per gli allevatori, per nulla scontato in Africa, ma anche di garantire alla Direzione di Veterinaria una fonte di reddito continua che ne permetta l’operatività

Nel rispetto dei principi con cui VSF Italia opera, gli interventi che si sono susseguiti negli anni hanno sempre cercato di promuovere l’economia locale, lo sviluppo sociale e l’autosostentamento, aiutando la popolazione Saharawi a rendersi nel tempo sempre più indipendente dagli aiuti umanitari.

Di particolare rilevanza le attività di educazione rivolte agli allevatori e alla popolazione: sulla corretta gestione degli animali e dei loro prodotti, così da aumentare la redditività del proprio allevamento; sanitaria per la prevenzione alle zoonosi, focalizzata sulle buone pratiche di igiene; alimentare per combattere la malnutrizione. Lavorando in sinergia e coinvolgendo attivamente la popolazione locale nelle attività si vuole ridare loro dignità e autonomia in un contesto di emarginazione e povertà.

Per incrementare la quantità e la varietà di cibo a disposizione di ogni singola famiglia sono stati creati piccoli allevamenti familiari di polli e conigli, accompagnati dalla formazione di donne ed allevatori riguardo le buone pratiche di gestione di questi animali. Perseguendo un sistema di allevamento sostenibile e a basso impatto ambientale, si è cercato il miglioramento della salute e della produttività del bestiame attraverso l’utilizzo di sistemi di prevenzione tradizionali e di piante medicinali locali – come la Pergularia Tormentosa, efficace antiparassitario naturale – e la sensibilizzazione delle autorità locali sull’importanza del loro uso. Queste nozioni oltre a quelli sulle principali malattie del bestiame, sono state raccolte in un fascicolo e distribuite agli allevatori.

Sostenere il pastoralismo significa riconoscere il ruolo economico e sociale degli allevatori, che in un contesto particolare come le tendopoli, è di vitale importanza.

 

Dal 2017 grazie ad un finanziamento dell’Agenzia Italiana di Cooperazione allo Sviluppo (AICS) col progetto “Cibo e Lavoro: autoprodurre con dignità” [3] è stato attivato un sistema di assistenza tecnica continuativa ad un allevamento di ovaiole in batteria la cui funzione è quella di produrre uova da distribuire ai rifugiati. L’allevamento creato anni or sono con fondi della cooperazione internazionale può arrivare ad ospitare fino a 68.000 ovaiole e, recentemente è stato dotato anche di un settore per l’allevamento di broiler con annesso impianto di macellazione.

Nello stabilimento, che viene gestito dal Ministero dello Sviluppo Economico, è operativo un medico veterinario locale formato specificatamente per tale ruolo e che ha, in caso di necessità, la possibilità di contattare in Italia un esperto in patologia aviare, il dott. Luigi Montella.

La produzione costante di uova ha permesso alla popolazione di avere a disposizione un alimento importantissimo dal punto di vista nutrizionale. La dieta di chi vive nei campi profughi è, come detto in precedenza, sbilanciata verso un consumo di carboidrati a sfavore di sostanze proteiche e vitaminiche.

L’intera squadra del personale veterinario con la Dott.ssa Sara di Lello, responsabile dei progetti di VSF Italia nei campi profughi Sahrawi (foto di Sara di Lello)
Dr. Baba-Ahmed Mohamed Iadih Efdeid, segretario generale del Ministero dello Sviluppo Economico Sahrawi, mentre misura l’altezza delle piante di Moringa Oleifera destinate all’alimentazione delle famiglie Sahrawi (foto di Sara di Lello)
Dr. Baba-Ahmed Mohamed Iadih Efdeid, segretario generale del Ministero dello Sviluppo Economico Sahrawi, mentre misura l’altezza delle piante di Moringa Oleifera destinate all’alimentazione delle famiglie Sahrawi (foto di Sara di Lello)

A tal proposito, non possiamo non parlare della Moringa Oleifera: questa pianta originaria dell’India è resistente alla siccità e può crescere con facilità anche nel deserto. Per questo motivo è stata oggetto di studio sulle sue capacità nutrizionali sia per la popolazione che per il bestiame.

Le foglie di Moringa contengono elevate quantità di proteine, vitamine, ferro e calcio. In un luogo come il deserto, dove la vegetazione spontanea e l’acqua utilizzabile per l’irrigazione è scarsissima, una pianta come la Moringa riveste una valenza importantissima per una popolazione che soffre di grave malnutrizione.

Uno studio effettuato in collaborazione con l’Università di Milano [3] ha dimostrato come il consumo quotidiano di Moringa Oleifera permetta di controllare la glicemia nelle persone che soffrono di diabete di tipo 2, patologia purtroppo molto presente nelle tendopoli. Per le grandi capacità riconosciute a questa pianta si è deciso di promuovere la sua coltivazione a livello familiare e il suo consumo nella dieta della popolazione. La Moringa si è rivelata un ottimo alimento anche per il bestiame – che ricordiamo non dispone quasi di vegetazione – dando buoni risultati sia nell’accrescimento che nella produttività degli animali.

Nel corso del già citato progetto “Cibo e lavoro: autoprodurre con dignità” [4] con il fine di arricchire e diversificare l’alimentazione dei rifugiati abbiamo anche realizzato uno studio di filiera sul latte di cammello, alimento reperibile in loco e di grande qualità nutrizionale.

Le donne Saharawi hanno una sempre avuto grande rilevanza nei progetti promossi da VSF Italia e Africa70: nel 2017 sono stati creati 20 gruppi di produzione di donne che si dedicano alla preparazione e vendita di cous cous e prodotti da forno. Si è partiti dalla ristrutturazione delle cucine in cui avrebbero lavorato, in seguito abbiamo acquistato loro i materiali necessari alla produzione. In parallelo sono stati svolti periodici cicli di formazione su gestione di impresa, marketing, igiene della trasformazione degli alimenti e pasticceria.

I risultati sono stati ottimi: il 90% dei gruppi attivati è operativo e vende i propri prodotti al mercato, permettendo non solo un’entrata economica alle famiglie, ma valore e dignità alle singole donne che ne fanno parte.

 

Così come per altre popolazioni vulnerabili, anche su quella Saharawi la pandemia ha avuto un impatto devastante. Oltre ad aver rallentato il lavoro di tutte le ONG che operano sul territorio, il paniere alimentare distribuito principalmente dal World Food Programme ha subito un ulteriore calo in quantità [1].

Fortunatamente, grazie al governo algerino che ha donato le prime dosi di vaccino, si è potuta avviare una campagna di vaccinazione gratuita rivolta alla popolazione, così come è avvenuto in occidente.

Ad oggi si ha una ripresa, seppur lenta, della vita normale e le missioni di VSF sono finalmente ripartite. L’autunno scorso Sara di Lello, referente dei progetti per VSF Italia e Africa70 dal 1996, nell’ambito del progetto Mangiar Sano, è stata accompagnata in una missione nei campi Sahrawi da tre esperti di VSF [2].

Dr. Saleh Mohamed Lamin Saleh, direttore dei servizi veterinari Sahrawi; Dott.ssa Ilda Idrizi; Dr. Sidumu Jatri, responsabile di laboratorio; Dott.ssa Alda Giorgio; Dr. Piero Casale, presidente VSF Italia.

In questo clima d’incertezza e senza la presenza di personale espatriato in loco, la direzione veterinaria ha comunque proseguito con le proprie attività. Come VSF, abbiamo cercato in tutti i modi di far fronte alla lontananza e di proseguire con il nostro sostegno decennale ai colleghi sahrawi “inventando” nuovi modi di lavoro. Per esempio, da un’idea di di Lello, è stato creato un gruppo di esperti in diagnostica anatomopatologica di supporto a distanza al personale veterinario locale. 

Inoltre, recentemente è stata avviata nelle tendopoli una campagna di advocacy e di sensibilizzazione volta a ridurre il numero di femmine di dromedario in età fertile macellate al fine del consumo di carne, pratica che deve essere scoraggiata per non mettere a rischio il patrimonio di questa specie nella regione.

Purtroppo alle difficoltà causate dalla pandemia si è aggiunta, dal novembre scorso, una ripresa del conflitto tra Marocco e Fronte Polisario. Questa notizia ha scosso violentemente la popolazione Saharawi che vive nei campi profughi e che attende dopo moltissimi anni pacificamente il referendum. Ad oggi le istituzioni internazionali, tra cui l’ONU, non hanno preso posizione rispetto ai fatti avvenuti, e questo è molto scoraggiante.

 

Da parte di VSF, oltre al lavoro sul campo e da remoto, sarà continuata l’attività di sensibilizzazione della collettività sulla delicata situazione del popolo Saharawi, la cui voce ha diritto ad essere ascoltata dall’opinione pubblica.

[1]: https://docs.wfp.org/api/documents/WFP-0000031455/download/

[2]: https://www.vsf-italia.it/mangiar-sano-campi-profughi-saharawi/

[3]: A. Leone et al., 2018; Effect of Moringa oleifera Leaf Powder on Postprandial Blood Glucose Response: In Vivo Study on Saharawi People Living in Refugee Camps; https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/30322091/ 

[4]: https://www.vsf-italia.it/campi-profughi-saharawi-algeria/

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